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3 minPuerto Natales

La Cueva del Milodón, senza leggende

Un bradipo gigante, una pelle finita a Londra e un libro di Bruce Chatwin che l’ha resa famosa nel mondo. Cosa si sa davvero di una delle grotte più conosciute della Patagonia, a 25 chilometri da Puerto Natales.

Di Equipo VivePatagoniaRedazione del portale

La Cueva del Milodón compare in quasi tutti gli itinerari verso Torres del Paine, quasi sempre accompagnata da qualche leggenda. La storia documentata è più bella.

Tre grotte e una sedia

Il Monumento Natural Cueva del Milodón si trova a 25 chilometri a nord di Puerto Natales, sul cerro Benítez. Ha 189,5 ettari, è gestito dalla CONAF e riunisce tre grotte —quella del Milodón, quella del Medio e la Chica—, diversi ripari sotto roccia e un insieme roccioso noto come la Silla del Diablo. Le grotte e la Silla del Diablo sono Monumento Storico dal 1968, e l’area è Monumento Naturale dal 1993.

La grotta maggiore è profonda circa 200 metri e alta circa 30. Non l’ha scavata il mare, come si ripete spesso: l’ha formata il moto ondoso di un lago rimasto ai piedi del ghiaccio quando i ghiacciai, che circa 20.000 anni fa coprivano la zona, cominciarono a ritirarsi.

Il milodonte

Il Mylodon darwinii era un bradipo terricolo alto fino a due metri e mezzo e pesante tra una e due tonnellate. Le datazioni dei suoi resti nella grotta vanno da circa 13.500 a circa 10.200 anni al radiocarbonio prima del presente, in un’epoca in cui i ghiacciai tornarono ad avanzare, e non mostrano tracce di attività umana. I ricercatori che le hanno pubblicate ipotizzano perfino che l’animale potesse usare la grotta per andare in letargo.

La CONAF cita anche resti di altri animali estinti, come un cavallo nano e un grande guanaco, e uno studio descrive la grotta come territorio di caccia della pantera patagonica. Nel monumento ci sono inoltre testimonianze di un’occupazione umana molto antica, nella Cueva del Medio e nei ripari vicini.

Chi la trovò

Intorno al 1895, il colono Hermann Eberhard trovò nella zona un pezzo di pelle con il pelo e gli osteodermi, le piccole placche ossee che l’animale aveva sotto la pelle. Otto Nordenskjöld visitò la grotta nel 1896 e nel 1897, e nel 1899 Rodolfo Hauthal, del Museo de La Plata, trovò un’altra pelle, ossa e resti di artigli. La pelle di Eberhard finì a Londra, al Museo di Storia Naturale; quella di Hauthal restò a La Plata.

Trovare una pelle con il pelo di un animale estinto da migliaia di anni fece pensare ad alcuni naturalisti dell’epoca che il milodonte potesse essere ancora vivo. Non era così: c’era semplicemente una grotta secca e fredda che ne aveva conservato i resti in modo eccezionale.

La grotta e Bruce Chatwin

La fama internazionale arrivò con «In Patagonia», il libro di viaggio che Bruce Chatwin pubblicò nel 1977. Chatwin racconta che da bambino vide nella vetrina della nonna un pezzo di pelle che le aveva mandato un suo cugino, il marinaio Charles Milward, e che il libro nacque dall’aver seguito quel ricordo fino a questa grotta.

È un grande libro e non è un documento storico: la letteratura scientifica attribuisce il primo ritrovamento a Eberhard. Milward, tra l’altro, è sepolto nel cimitero di Punta Arenas.

Per visitarla

  • Si trova a 25 chilometri a nord di Puerto Natales, sulla strada per Torres del Paine.
  • Le regole sono quelle della CONAF: niente fuoco, animali domestici né droni, sempre sul sentiero e senza dare da mangiare alla fauna.
  • Nei dintorni sono stati avvistati volpi, grigioni, moffette e puma, e uccelli come il caracara, l’aquila e il condor. Vederli è questione di fortuna.

Rivisto il

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